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Quarto Sciopero Globale del 29 novembre 2019

Circa mille persone al quarto sciopero globale del clima a Rimini del 29 Novembre 2019 !

Nella giornata del Black Fridays abbiamo deciso di fare un corteo per le vie del centro storico per boicottare e bloccare le multinazionali della fast fashion che sono alcune delle principali aziende responsabili dello sfruttamento della terra e delle persone.

Per noi è stato #BlockFridays in quanto abbiamo bloccato durante il corteo l’ingresso di Benetton, H&M e FootLoker con 3 diversi flash mob. Davanti al negozio Benetton abbiamo fatto un die in per ricordare tutte le vittime dello sfruttamento nella filiera tessile, all’H&M dopo aver bloccato l’ingresso con i nostri corpi abbiamo coperto la vetrina con delle manate rosse per sottolineare che il Black Friday è dannoso per l’ambiente e per la vita, davanti a FootLocker ci siamo tolti tutti una scarpa per dire che non accettiamo più il greenwashing delle grandi catene e multinazionali !

Abbiamo poi finito il corteo con una grande festa collettiva !

Oggi giorno ognuno di noi ha la possibilità di vestire sempre seguendo gli ultimi trend ma rimanendo sempre in una fascia di prezzi accessibili. Possiamo entrare in un H&M e vestire proprio come Chiara Ferragni o Kendall Jenner e spendere poche decine di euro. Abbiamo l’opportunità di sembrare le nostre celebrità preferite, di indossare abiti belli, di buon gusto ad un costo contenuto. Tutto ciò sembra fantastico, la fast fashion è così giusta, democratica, così abbordabile. La fast fashion è proprio l’ideale, giusto? Assolutamente no. Nonostante ci possa sembrare la soluzione perfetta per i nostri portafogli, la fast fashion è in realtà tutt’altro che giusta e democratica. Il prezzo così basso a cui noi abbiamo accesso è dovuto a diversi fattori: innanzitutto la qualità del prodotto e delle stoffe è spesso scadente e soprattutto non vengono rispettate norme sull’ambiente e sulla regolamentazione del lavoro. Al giorno d’oggi siamo abituati a comprare vestiti (di cui nemmeno abbiamo bisogno) in quantità ingenti, ma non sempre badiamo alla qualità del capo che acquistiamo; la nostra mentalità è talmente deformata che non misuriamo più la qualità dell’abito dalla stoffa o dalle cuciture bensì dai lavaggi che quel vestito riesce a reggere. Non ci rendiamo conto che quei jeans acquistati a 10 euro sono in realtà frutto di sfruttamento a più livelli: gli abiti dell’industria fast fashion vengono prodotti in Paesi del Terzo Mondo, soprattutto in Bangladesh. Al giorno d’oggi la Cina ha innalzato i prezzi di manodopera e materiali, per questa ragione diverse industrie hanno appaltato a fabbriche bengalesi. In questi luoghi i retailer che commissionano i lavori chiedono alle fabbriche di lavorare sempre, anche nel fine settimana, affinché l’ordine sia consegnato in tempo. Nonostante le migliorie applicate negli ultimi anni, le fabbriche versano spesso in condizioni estremamente precarie, sia dal punto di vista igienico che da quello strutturale. É noto a tutti il crollo di Rana Plaza nel 2013, fabbrica che si trovava in un sobborgo di Dacca in cui venivano prodotti abiti per Zara, Pull&Bear, Stradivarius (tutti e tre di proprietà della Inditex), Mango, Primark, Benetton e tanti altri. Il cedimento strutturale ha provocato 1129 morti ed è il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nella storia, così come il più letale cedimento strutturale accidentale nella storia umana moderna. La fast fashion ha impoverito, grazie alla delocalizzazione, intere zone che si sostentavano grazie all’industria tessile e che ora si trovano in uno stato di degrado e declino, quando dall’altra parte ha sfruttato il lavoro di operai sottopagati, con un salario di $56 mensili, in nome del profitto, dell’arricchimento e del libero mercato. La quantità di abiti prodotta è tale da rendere questa industria la terza più inquinante al mondo. Le risorse utilizzate per produrre i vestiti sono inimmaginabili e poco sostenibili: per produrre una maglietta in cotone, ad esempio, sono necessari 2700 litri d’acqua, più i pesticidi per il cotone. Inoltre i coloranti vengono spesso riversati in mare e vengono maneggiati senza nessun rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro. Si potrebbe dunque pensare che quindi i capi in tessuto sintetico possano essere una soluzione più ecologica, ma in realtà questi, siccome sono fatti di materiali derivati dal petrolio, rilasciano microplastiche durante il lavaggio, le quali vengono poi rilasciate in mare. Com’è quindi possibile vestire alla moda spendendo poco ma compiendo comunque scelte a poco impatto sul pianeta ed etiche? Una soluzione può essere l’acquisto di abiti a filiera corta e fatti in materiali riciclati o riciclabili, come EcoGeco o Filotimo. Un altro modo è consiste nel riuso degli abiti. Al giorno d’oggi il vintage è un mercato estremamente prospero, inoltre non occorre andare necessariamente in un negozio, talvolta è sufficiente cercare nei nostri armadi, scovando cose che non portiamo più o che appartenevano ai nostri nonni o ai nostri genitori. Una volta trovati i vestiti, questi si possono modificare, riammodernare secondo le nuove tendenze, in modo da essere comunque al passo con i tempi ma pur sempre originali, allontanando il piattume che la fast fashion ci propina. Un abito non è solo un indumento portato per coprirci, indica la nostra personalità, il nostro stile di vita e talvolta la nostra visione del mondo. Prendiamo quindi un vecchio abito di nostra nonna e una vecchia camicia di nostro padre e diamo loro una nuova vita, la nostra.

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